Rolfing-Movement - Paola Volpones
Giovedì 20 Novembre 2008
Testimonianze
Le mani come antenne
Imparare ad ascoltare il corpo in profondità per sciogliere blocchi e tensioni di Rossella Denicolò da “la Repubblica delle Donne” - 1 Maggio 2004
Imparare a sentire cosa c'è sotto la pelle. Tutti i terapeuti corporei più sofisticati hanno questa capacità: usano le mani come strumenti sensibili in grado di leggere le differenze tra un tessuto corporeo e l'altro.
Per raggiungere questa raffinatezza quasi artigianale sono necessari anni di lavoro, ma è anche vero che tutti possono sviluppare talenti tattili e godere di tutti i benefici e sono tantissimi che vengono da un contatto che nutre.
La scuola dei Rolfing® ha messo a punto una serie di workshop aperti anche a chi non è massaggiatore dedicati proprio allo sviluppo di questa sensibilità. Si chiama Touch, Il linguaggio dei tocco.
«Quando pensiamo al senso dei tatto generalmente ci fermiamo alla pelle, al nostro involucro spiega Paola Volpones insegnante internazionale di Rolfing. È in effetti il primo tessuto che incontriamo, quando appoggiamo la nostra mano sul corpo. Se aggiungiamo però a questo contatto anche una leggera pressione, percepiamo qualcosa di più morbido sottostante la cute: il tessuto adiposo».
Toccare usando il peso.
Per sentire sotto la pelle è necessaria una attenzione molto focalizzata. Paola Volpones spiega come sia importante evitare ogni tensione: «Quando incontro i tessuti sottocutanei non uso lo sforzo muscolare, ma il mio stesso peso. Se tocco un braccio, sento la pelle, sprofondo nel tessuto adiposo, poi aggiungendo un po' di pressione incontro come un limite, qualcosa che resiste, una sensazione di elastico e avvolgente. È la fascia connettivale. Se vado oltre la fascia percepisco invece qualcosa di più polposo, il muscolo, e infine la consistenza solida dell'osso». Il linguaggio dei Touch non si ferma solo alla trama e alla consistenza dei diversi tessuti. «Quando sento le ossa di un cliente ho la percezione anche dei mio scheletro», spiega Paola Volpones. «Sento la solidità. Diversa è la sensazione quando sono sulla fascia che è più fluida, e non ha una direzione precisa come invece hanno i muscoli Questo è un principio fondamentale dei Touch: essere consapevoli dei tessuti che stiamo contattando partendo dal nostro stesso corpo. Il tessuto adiposo di un'altra persona, per esempio, lo incontriamo più facilmente sentendo i cuscinetti morbidi dei nostri polpastrelli. Lo stesso vale per muscoli e ossa: ogni tessuto possiede quindi delle qualità specifiche e richiede un tocco speciale. Se, per esempio, vogliamo toccare un nervo utilizziamo la sensibilità della punta dei polpastrelli, e i movimenti saranno così più specifici e concentrati.
La pratica del Touch insegna insomma che quando andiamo sotto la pelle incontriamo  strutture corporee diverse che possiamo contattare usando stati di coscienza diversi. La fascia, per esempio, richiede lentezza e uno stato quasi medítativo. E uno dei tessuti su cui si concentra molta parte dei lavoro dei rolfer.
La fondatrice di questo metodo, Ida Rolf ne parlava come del "l’organo della forma", Questo tessuto è infatti una rete tridimensionale che collega ogni singola parte con tutte le altre. Funziona un po'come un maglione: se viene tirato un filo sulla spalla, tutta la forma si modifica. Ed è proprio la connessione di fibre elastiche a rendere possibile la percezione dei corpo in tutte le direzioni, sentire anche dove si concentrano tensioni». Un carico o un'attività costante, per esempio, provocano una certa fissità nella direzione delle fibre della fascia. Ed è possibile percepirlo con chiarezza attraverso le mani: la sensazione è come di un fiume che a un certo punto interrompe il suo fluire perché incontra una diga che lo ostacola».

Da "Starbene" Ottobre 2000, pag. 55 -- Testo di Rosella De Nicolò
"Sono tornata all'atletica dopo due anni di dolore" Monica, appassionata sportiva, non poteva cedere: per lei il salto in lungo era troppo importante. E il Rolfing l'ha fatta tornare in pista.
"E' successo due anni fa: stavo partecipando a una gara di atletica, quando un salto in lungo si è trasformato in un salto nel buio. Ho spiccato il volo e il mio ginocchio è andato in pezzi, un dolore lancinante. Il legamento anteriore era partito, così come il menisco interno e il bicipite posteriore. Poi sei mesi di fisioterapia, tutti i giorni. Alla fine di questo calvario mi ero rimessa in piedi, ma ero tutta "storta". Il problema più evidente erano le anche.
Un giorno mi sono infilata un paio di pantaloni a vita bassa e allo specchio ho visto che le mie anche non erano più alla stessa altezza. Ho consultato due o tre specialisti. La diagnosi era unanime: avevo una gamba più corta dell'altra. Impossibile, le mie gambe erano sempre state uguali, cos'era successo? Ero veramente a terra. Non solo la mia carriera sportiva era naufragata, ma non riuscivo più nemmeno a fare una piccola corsa senza provare dolori dappertutto.
Poi un amico mi ha parlato del Rolfing e sei mesi fa ho iniziato la terapia. Già dalla seconda seduta di manipolazioni avevo riacquistato la mobilità del ginocchio. Dopo due anni mi sentivo finalmente bene, potevo di nuovo correre, mi sentivo libera di muovere il corpo. A ogni seduta è come se si cambiasse pelle, è come se il corpo si riprogrammasse. Dicono che il Rolfing è una pratica dolorosa perché lavora in profondità. Io però non ho mai sentito un gran male e comunque è una sensazione che non mi dà fastidio, perché i benefici sono stati impagabili. Ho persino ripreso a gareggiare e la mia anca sta tornando normale. Ho rimesso i jeans a vita bassa e le mie gambe sono di nuovo della stessa lunghezza. Insomma, sono rinata."
Monica, 28 anni, segretaria

(Tratto dal trimestrale di cultura sanitaria "TING Spazzavento Informationes")
Si fa presto a dire "medicina alternativa"! di Patrizio Roversi
Si fa presto a dire "medicina alternativa"! E' come dire "fatti un'altra mamma..." Mica facile abbandonare la vecchia via per la nuova, in un campo tanto delicato psicologicamente come la cura. Mi ricordo mio nonno: quando stava male voleva a tutti costi la "pillola". Una volta che il medico gliela prescriveva e lui, scrupolosamente, la prendeva, il più era fatto, si sentiva guarito. Io sono peggio di lui: a me basta addirittura andare in farmacia, pagare le medicine e già mi sento meglio. Da questo punto di vista sarei un ottimo soggetto per la medicina alternativa, nel senso che sarei sensibilissimo all'effetto psico-placebico. Il problema però è che bisognerebbe che prima mi convincessi della bontà di queste discipline mediche.
Devo dire che, spinto da Syusy, le ho provate un po' tutte. E poi, parlando con amici medici, ne ho sentite di tutti i colori, poiché ho amici di tutte le tendenze terapeutiche. Cominciamo dall'omeopatia. Ho amici naturopati che la consigliano, altri amici medici "tradizionali" che si sganasciano dalle risate al solo sentir parlare di omeopatia: alcuni dicono che non fa niente, altri sostengono che potrebbe addirittura fare male. Boh. E io che ne so? Di una cosa mi sono convinto (a torto o a ragione): che la medicina allopatica magari è velenosa, ma è efficace prima, quella omeopatica forse ha meno effetti collaterali, ma ci mette di più a farti guarire da un sintomo. Allora faccio così: quando sento che una malattia (tipo mal di gola, diarrea) sta per arrivare, ma non ne sono tanto sicuro, quando cioè mi sento galleggiare psicologicamente tra prevenzione e ipocondria, allora prendo le medicine omeopatiche. Quando invece sto male - male ricorro a quelle chimiche - sintetiche - allopatiche. Se poi sono impegnato in un lavoro che non posso rimandare, allora è anche peggio: sarei disposto a consultare un veterinario e farmi dare antibiotici da cavallo. Poi mi pento perché mi sembra di consumare la mia salute sacrificandola all'efficienza immediata, ma questo è un altro discorso (per cui mi serve la mia analista). Poi c'è la medicina cinese, di cui è esperto il mio medico di base, a cui sono affezionato perché mischia antibiotici e Chi Quong. Effettivamente quella cinese faccio fatica a considerarla una medicina "alternativa": come si può definire alternativa (e quindi provvisoria, marginale, sperimentale) una medicina che cura da millenni miliardi di persone? Io soffrivo di gastrite. I vari medici non erano mai andati più in la del Malox, che mi dava solo un sollievo temporaneo. Un giorno sono andato dal maestro cinese del mio medico, che mi ha messo un ago (che impressione!!!) e poi mi ha detto che il mio stomaco stava bene, era il mio fegato ad essere malato. E in quell'occasione ho effettivamente capito la superiorità (almeno teorica) della medicina olistica, quella cioè che considera il corpo umano come un'entità unica in cui gli organi sono collegati da rapporti energetici, a differenza della medicina occidentale che rischia sempre di vedere ogni organo come una cosa a se stante.
Va beh, fatto sta che il medico cinese mi ha dato la cura: una serie infinita di tisane dal sapore francamente insopportabile. Ho fatto la cura ed effettivamente sono stato bene, però quante volte ho rimpianto il buon sapore del Malox, soprattutto nella sapida versione al limone! Poi mi è capitato di andare anche in Cina, e di visitare una vera farmacia tradizionale cinese: molto pittoresca, molto affascinante. Peccato che proprio non ci si capisse nulla: non c'erano tutti quei begli espositori pubblicitari che ci sono da noi, che quando uno entra in farmacia si sente tutti i mali del mondo, ma poi li può esorcizzare comprando un sacco di medicine!
C'è poi la medicina ayurvedica: sono stato un paio di volte in India e in Nepal, dove immancabilmente Syusy mi ha trascinato da medici del posto. La funziona così: il medico ti riceve in un posto più o meno salubre (spesso è una cameretta col pavimento in terra battuta sporco di sputi di bethel e un semplice sgabello) e ti visita tastandoti il polso. Poi la diagnosi assomiglia un po' a quella della cartomante, nel senso che è lui che indovina quello che hai, analizzando gli equilibri degli umori interni che ha intuito dall'auscultazione del polso stesso. Poi ti fa la diagnosi (con me ammetto che ci hanno sempre preso) e ti prescrive la cura, vendendoti direttamente le medicine dell'attigua farmacia-laboratorio. E qui sorge il problema: in genere le medicine ayurvediche sono una serie incredibile di palline più o meno puzzolenti, più o meno somiglianti alle caccole di un coniglio, dai nomi difficili per cui si rischia sempre di fare confusione. E poi, soprattutto le cure ayurvediche sono lunghe: bisogna aver pazienza, cosa del resto perfettamente connaturata allo spirito e alla filosofia orientale. Peccato che io sia un occidentale nevrotico, finisce sempre che la cura ayurvedica non ho pazienza di finirla, e ricorro agli antibiotici.
Mi sono sottoposto anche al metodo Rolfing. E con quello sono andato decisamente bene, forse perché si tratta di un metodo alternativo, ma nordamericano, inventato appunto dalla signora Ida Rolf. Avevo un gran male alle ginocchia e alcuni amici ortopedici volevano segarmi i femori e riattaccarmeli di nuovo per fare in modo che l'osso lavorasse in modo diverso, mi è venuto in mente il libro Taras Bulba, e le torture cosacche. Alla notizia ho dovuto sottopormi immediatamente ad un auto-terapia psico-scaramantica (consistente in un leggero massaggio scrotale) per reggere al colpo. Allora Syusy mi ha portato da un amico "rolfer", che mi ha detto che il mio male alle ginocchia deriva dal fatto che io avevo i pesi del mio corpo mal bilanciati, quindi mi ha sottoposto ad una serie di massaggi connettivali (in pratica ha preso i miei muscoli con la dita e me li ha "spostati") per riequilibrare la struttura. Forse ho patito tanto di quel male che Gesù Misericordioso mi ha graziato del mal di ginocchia, fatto sta che sono guarito, senza che nessuno mi spezzasse i femori.
Concludendo: mi faccio vaccinare contro l'influenza ma poi mi prendo anche le palline omeopatiche di Oscillococcium; contro il mal di gola mischi arnica, collutorio e supposte. Se ho il mal di pancia prendo varie schifezze chimiche e poi però mi faccio una sorta di auto-prano-terapia mettendomi le (mie) manine calde sul pancino, e mi pare di stare meglio. In sintesi ho riadattato la mentalità pragmatico-placebica di mio nonno ai tempi. Solo su due cose mi sento di avere un parere preciso: la prima che è vergognoso che l'assistenza pubblica non sostenga anche medicine cosiddette "alternative" (che tali non possono più essere definite), tenuto conto che se io pago le tasse voglio poi essere io a decidere che tipo di assistenza mi serve. Ma su un terreno sono rimasto "conservatore" convinto, cioè quello della diagnostica: va bene l'iridologo che ti guarda negli occhi, va bene ayurvedico che ti tasta il polso, va bene l'energetico che ti dice che intolleranze alimentari hai facendo forza su un braccio, ma delle belle analisi del sangue (e delle urine, e delle feci e radiografie, TAC scintigrafie, ecografie ecc..) mi fido di più. Poi, quanto alla cura, se ne parla.
© 2007 Paola Volpones